Dopo tanti articoli sull’economia e sull’impatto della geopolitica degli Stati Uniti è giunto il momento di vedere come si stanno muovendo i mercati emergenti. Vi proponiamo quindi l’analisi di Uday Patnaik, Head of Asia Fixed Income and Global Emerging Market debt di L&G sulle economie emergenti e sulle loro prospettive future ora che l’outlook statunitense sembra indicare quantomeno un rallentamento, se non una vera e propria flessione. Il lavoro di Uday esamina soprattutto gli impatti derivanti da dazi, aiuti bilaterali e rimpatri, ma anche i punti di forza dei mercati emergenti che li stanno rendendo più solidi e resilienti nei confronti degli Usa.

Uday Patnaik, Head of Asia Fixed Income and Global Emerging Market debt di L&G – Photo: Alastair@FyfePhoto.com

Introduzione

L’amministrazione Trump sta introducendo (o minacciando di introdurre) una serie di cambiamenti in quello che è da anni lo status quo che avranno conseguenze enormi per tutto il mondo. Essi vanno dall’economia interna alla società statunitense alla politica estera. Come noto, una delle asset class che sono maggiormente legate agli Usa sono i mercati emergenti e ciò significa che quanto sta succedendo li interesserà molto da vicino in termini di prospettive future.

Sebbene già dai primi mesi è stato chiaro che le decisioni prese dal tycoon possono essere molto fluide, qualora gli annunci dovessero effettivamente diventare realtà così come sono stati formulati, per poi rimanere in vigore per un periodo di tempo piuttosto lungo, ci sono quattro ambiti che dovranno essere osservati con attenzione:

  1. Il commercio
  2. Gli aiuti bilaterali
  3. I rimpatri di migranti irregolari
  4. Le prospettive sulla crescita e sull’inflazione statunitense

Commercio e dazi

Osservando quanto sta accadendo nel mondo, il primo punto è forse quello più evidente. A partire dalla seconda metà degli anni ’80, nel mondo si è affermato un trend che ha portato a un rapido abbattimento di molte delle barriere commerciali esistenti fino a quel momento. Di questo trend, i mercati emergenti hanno largamente beneficiato, con molti di loro, soprattutto quelli asiatici, che si sono affermati come forti esportatori.

Tuttavia, negli ultimi due decenni, si sono anche rilevati dei cambiamenti in questa espansione del commercio. In particolare, il ruolo delle economie sviluppate e degli Stati Uniti in primis come destinazione principale di queste esportazioni ha iniziato a perdere di importanza: dal 75% dei tardi anni ’90 al 50% circa di oggi. L’altro 50% resta all’interno del gruppo degli EM; un’alternativa che sta diventando sempre più importante.

Questo non significa però che questi mercati siano al sicuro dalle politiche commerciali aggressive degli Usa e dai dazi. Infatti, se è vero che a livello aggregato il livello di rischio si è ridotto, a livello di singolo paese appaiono differenze significative. Le nazioni asiatiche e dell’America Latina, per esempio, esportano ancora molto verso gli States e quindi sono più vulnerabili.

Aiuti bilaterali

Un altro elemento di vulnerabilità per le economie emergenti proviene dalla discussa possibilità da parte di Washington di sospendere gli aiuti bilaterali, i quali, fino al 2023, hanno fornito sostegno per 80 miliardi di dollari attraverso vari programmi e agenzie.

Tuttavia, nonostante l’importo sia indiscutibilmente elevato in termini assoluti, a livello aggregato il sostegno fornito è relativamente modesto, attestandosi ad appena lo 0,2% del Pil dei mercati emergenti. Ma anche a livello disaggregato, e se escludiamo l’Ucraina, gli aiuti statunitensi forniti ai paesi in cui è possibile investire nel loro debito estero sono relativamente modesti.

Rimpatri

Il fabbisogno di finanziamenti dall’estero potrebbe anche aumentare considerevolmente in alcune economie per via dei piani di rimpatrio di 11 milioni di immigrati irregolari, tra i quali, secondo i dati del Migration Policy Institute, vi è una forte componente di migranti messicani. Altre nazioni che potrebbero aver bisogno di maggiori finanziamenti per via della politica di Trump (sulla quale permangono comunque dei dubbi) sono le Filippine, il Vietnam e la Colombia.

La forza dei mercati emergenti

Quanto visto finora sembra suggerire che per gli EM, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, le prospettive sono alquanto negative. In realtà questi paesi presentano anche dei punti di forza in grado di compensare i venti contrari appena descritti. La maggior parte ha un rating investment grade o high BB, ampie riserve valutarie, ampi mercati locali, tassi di cambio flessibili e accesso ai mercati dei capitali globali. I mercati locali, che si rivolgono sia a emittenti sovrani che societari, ammontavano a quasi 25.000 miliardi di dollari alla fine del 2024, raddoppiando rispetto al 2014. Questa crescita testimonia l’efficacia delle riforme attuate negli ultimi due decenni, con molti mercati emergenti che si stanno muovendo verso politiche monetarie e tassi di cambio più affidabili. Inoltre, gli spread relativamente contenuti implicano che l’accesso al mercato del credito resta solido.

Infatti, nonostante le incertezze sulle prospettive macro e politiche degli Stati Uniti, l’emissione di titoli sovrani dei mercati emergenti da inizio anno – 82,5 miliardi di dollari – si sta avvicinando a livelli record. Nel frattempo, i titoli con rating inferiore come Honduras ed El Salvador beneficiano dei programmi del Fondo Monetario Internazionale che potrebbero contribuire a facilitare un maggiore supporto finanziario, se necessario. In effetti, il periodo post-Covid ha visto le agenzie aumentare il loro supporto ai mercati emergenti.

Conclusione

I rapidi cambiamenti nelle politiche statunitensi pongono dei rischi, ma il mondo dei mercati emergenti è molto più forte di quanto non fosse in passato. In nessun luogo ciò è più evidente che in Asia, che ospita alcune delle economie in più rapida crescita al mondo. Le riforme avviate dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997 hanno aperto le porte a decenni di sovraperformance in termini di crescita, con i paesi che continuano a consolidare la crescita, le riserve valutarie e i rating. Questa storia non riguarda solo Cina e India: Indonesia, Filippine, Malesia e Vietnam sono tutti esempi di come i paesi possano invertire la rotta.

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