Il libro di cui ci occupiamo oggi, per la recensione della domenica, scritto dalla stimata avvocata Caterina Malavenda, si intitola “E io ti querelo” e come si capisce non è un testo di finanza o di economia. Ma è molto importante per i nostri lettori e lettrici poiché è un documento imprescindibile per comprendere le dinamiche del giornalismo, della comunicazione sociale e, soprattutto, della giustizia in Italia.
Attraverso il racconto di cause celebri e meno note, come è stato chiarito anche durante la recente conferenza dell’autrice con Giuseppe Cruciani presso la Fondazione Feltrinelli a Milano, il libro offre un ritratto delle aule di tribunale che è allo stesso tempo divertente e profondamente inquietante.
Malavenda, nota per aver difeso figure come Oriana Fallaci, Oliviero Toscani, Giuseppe Cruciani (del famoso programma “La Zanzara”) e aver seguito casi storici come quello dell’ex ministro De Lorenzo, ha una visione privilegiata delle sfide legali che affliggono la libertà di espressione.
Il volto divertente: un teatro dell’assurdo giudiziario
Il libro ha la capacità di intrattenere il lettore, trasformando le fatiche processuali in aneddoti di grande impatto. La narrazione di Malavenda segue i processi “in presa diretta”, come se il lettore fosse in aula.
Tra i momenti più memorabili, troviamo la storia dell’articolo di Francesco Merlo sul “Sua Sanità” De Lorenzo, in cui la querela scaturì dall’uso della parola “corte”, interpretata da alcuni personaggi citati come un’offensiva “cortigiana“. L’avvocata ricorda come sia stato necessario chiamare De Lorenzo stesso a testimoniare per chiarire il contesto linguistico. Ancora più assurda è la vicenda di Oliviero Toscani e Matteo Salvini, un contenzioso che ha tenuto occupati i giudici per ben otto anni. L’oggetto del dibattito? Un’espressione colorita, usata da Toscani per dire che Salvini ingannava i suoi elettori. Malavenda evidenzia l’assurdità di un sistema che impiega anni e vari gradi di giudizio per discutere il significato metaforico di una frase che, per una persona normale, avrebbe suscitato solo una risata. Simili eccessi burocratici si riscontrano anche in casi come quello del sindaco chiamato “Cetto la Qualunque,” che ha richiesto cinque anni di attenzione giudiziaria. Il lato divertente emerge anche nella difesa di Adelina Tattilo, l’imprenditrice di Playmen, che negli anni ’80 e ’90 vedeva i suoi camion di riviste sequestrati dai pubblici ministeri che si offendevano per le copertine.
Questi racconti, pur suscitando ilarità, servono a introdurre il tema centrale: la difficoltà estrema nel giudicare il linguaggio, un concetto “molto fluido e molto affidabile”.
Il volto inquietante: quando il linguaggio è una ghigliottina
Il libro di Malavenda diventa inquietante nel momento in cui svela come la libertà di stampa e di parola sia costantemente a rischio, non per i fatti, ma per l’uso delle parole. Se i fatti sono facili da stabilire (veri o falsi), l’opinione, l’epiteto e la metafora sono soggette al giudizio arbitrario del singolo magistrato.
L’avvocata sottolinea che il giudice, prima di essere un tecnico del diritto, è un uomo o una donna che porta con sé la sua “cultura, la sua condizione mentale, la sua e i suoi dolori”. Questo ha un peso determinante, come nel caso di Toscani accusato di offesa alla religione: condannato in primo grado da un giudice che aveva la foto del Papa in ufficio, fu assolto in appello in dieci minuti.
Cruciani evidenzia le restrizioni paradossali: se da un lato la radio FM può essere un mezzo libero, i social media sono pieni di vincoli, con parole di uso comune come “cazzo” che non possono essere scritte.
Il sistema è particolarmente duro con i giornalisti: la responsabilità oggettiva del direttore (come Cruciani) lo rende imputabile penalmente anche per articoli o persino necrologi e pagine di pubblicità che non ha mai letto. Come nel caso del giornalista che, dopo aver condotto un’inchiesta seria sul lavoro minorile in Africa e aver visto la verità riconosciuta in tribunale, fu talmente nauseato dal processo da cambiare mestiere.
La querela: da strumento di giustizia a modello di business
L’aspetto più allarmante e di stringente attualità affrontato nel libro e nella conferenza è la trasformazione della querela in una vera e propria macchina per fare soldi. Cruciani confessa che lui stesso potrebbe diventare ricco minacciando querele e incassando risarcimenti.
Questa “follia che adesso è in voga” si è evoluta in un meccanismo massivo e sistematico che colpisce non solo i giornalisti, ma chiunque scriva o commenti sui social.
Il meccanismo funziona così:
- Screening di massa: Società di avvocati, spesso in accordo con persone pubbliche (anche politici di destra e sinistra) che hanno un “fisso mensile”, effettuano uno screening massivo dei commenti sui profili social.
- Caccia al commento: Vengono cercate offese anche minime, come la parola “pagliaccio”.
- Lettera di minacce: Invece di procedere subito con una querela penale o civile, si inviano centinaia o migliaia di lettere che invitano a contattare lo studio legale per raggiungere un accordo.
- Estorsione Legale: L’obiettivo non è arrivare in tribunale (dove la causa per una parola come “pagliaccio” non avrebbe quasi mai successo), ma sfruttare la paura di persone non abituate al contesto legale. I destinatari, pur di evitare “rotture di coglioni,” (Cruciani dixit) chiamano il loro avvocato e patteggiano un risarcimento (ad esempio, €2.000-€3.000). Questi soldi vengono poi divisi con la persona offesa (che incassa il 30-40%).
Questo business, pur essendo apparentemente legale, rappresenta una distorsione totale della giustizia e della libertà di parola. Si tratta di un “nuovo business” basato sulla pesca dei commenti social e sulla loro trasformazione in lettere quasi minatorie.
Conclusioni e prospettive
Il libro di Malavenda mette in luce un sistema giudiziario che non è riuscito a tenere il passo con la società e i suoi mutamenti linguistici. L’avvocata suggerisce che basterebbe poco per riequilibrare le cose, come l’introduzione di una cauzione (ad esempio €10.000) per le cause civili temerarie, o l’applicazione della norma che penalizzi chi querela in malafede, anche con la formula “il fatto non costituisce reato”.
In definitiva, il volume non è solo una raccolta di memorie legali, ma un allarme sulla fragilità della democrazia linguistica. Il libro espone chiaramente come in Italia, il confine tra l’espressione vibrante e il reato sia un’area grigia soggetta all’umore del giudicante, permettendo a chi ha scarsi scrupoli di trasformare le offese digitali in liquidità sonante.
Il sistema della diffamazione, come descritto da Malavenda, assomiglia a una lotteria: si gioca con il destino di giornalisti e semplici cittadini, dove la vittoria o la sconfitta dipendono meno dalla chiarezza dei fatti e più dal sentire comune del singolo giudice.
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