Le nostre lettrici e i nostri lettori più affezionati avranno notato la grande quantità di articoli dedicati alla quotazione di nuovi prodotti di risparmio gestito che si fregiano del titolo “ESG”. Anzi, nel sito abbiamo una categoria dedicata alle tematiche ESG che vi consiglio di guardare.

Ma purtroppo, come capita sempre (non solo nel mondo finanziario), se una cosa è ambita da tutti ecco che spuntano i “furbetti” che vogliono approfittarne. Ebbene sì, non tutto quello che viene spacciato per ESG o green lo è veramente, come vedremo in questo articolo.

Cosa vuole dire ESG

Tra le tante definizioni di ESG che ho trovato sui siti degli istituzionali, su Wikipedia e sui vari media (tradizionali e social) quella che mi piace di più la potete leggere sul sito di Janus Henderson Investors.

Secondo il loro sito, “ESG è l’acronimo di Environmental, Social and Governance e si riferisce a tre fattori centrali nella misurazione della sostenibilità di un investimento. Questo approccio deriva dal concetto di “Triple Bottom Line”, noto anche come “Persone, Pianeta e Profitti” (PPP), introdotto negli anni ’90 e secondo cui le aziende non dovrebbero concentrarsi solo sui “Profitti”, ma su ciascuna delle tre “P”, che sono altrettanto importanti per la sostenibilità di qualsiasi impresa commerciale. Questo concetto si è evoluto nei fattori ESG, che oggi sono il caposaldo dell’Investimento sostenibile e responsabile (Sustainable and Responsible Investing, SRI).

Sempre il sito aziendale ci spiega che esistono vari modi per per integrare i fattori ESG nelle decisioni d’investimento: gli investimenti etici/basati sui valori, l’approccio ESG integrato e l’investimento sostenibile/impact investing.

  • Nell’investimento etico, i gestori adottano un approccio di screening negativo per generare “rendimenti etici o morali” escludendo i settori controversi. Lo screening negativo è molto semplice da attuare e storicamente è stato utilizzato dai primi fautori dei principi di sostenibilità.
  • Attualmente un numero crescente di imprese punta ad applicare i fattori ESG per cogliere le opportunità e selezionare settori e aziende in base alle loro performance positive in quest’ambito. Ciò si traduce in un’integrazione dei fattori ESG più olistica che ha maggiori probabilità di massimizzare i rendimenti corretti per il rischio.
  • Nell’impact investing i gestori si spingono oltre nell’applicazione dei fattori ESG e mirano a produrre un impatto positivo attraverso i loro investimenti in aziende e governi che hanno un influsso favorevole netto misurabile sulla società e sull’ambiente, oltre a generare rendimenti positivi.

Il grido d’allarme dei quotidiani italiani

Tutto bello a parole, ma poi qualcuno fa il furbo e spaccia per investimenti ESG ciò che non lo è. Il quotidiano Il Fatto Quotidiano ha lanciato l’allarme già a fine agosto con un articolo incentrato sullo scandalo DWS, la divisione di Deutsche Bank che si occupa di risparmio gestito, quotata in Borsa.

Secondo il quotidiano “La Sec statunitense e la Bafin tedesca, più o meno le equivalenti della nostra Consob, hanno avviato delle indagini sulla società perché avrebbe “pompato” le credenziali ambientali, sociali e di governance di alcuni dei prodotti, proposti alla clientela come investimenti sostenibili.

Questo scandalo è stato poi rilanciato da Dagospia, che consiglio sempre di tenere sott’occhio non tanto per l’abbondanza di “tette e culi” nelle sue pagine (servono ad attirare click) ma per le news che trovate nelle sezioni Business e Politica. Il 27 agosto Dagospia ha riportato l’articolo de La Stampa con il titolo alla Dago “VERDE MARCIO – UN’OMBRA SUL BOOM DELLA FINANZA SOSTENIBILE“.

Infine sempre Il Fatto il 29 agosto ha pubblicato un secondo articolo sul tema, entrando più in profondità sui prodotti venduti anche dalle banche italiane con tanto di nomi e cognomi. Qui sotto vedete i titoli dei due articoli de Il Fatto.

Alcuni titoli di giornali sugli scandali dei prodotti ESG refilati alla clientela

InfluenceMap: i cani segugio degli investimenti ESG

L’importanza del comparto ESG sta facendo fiorire un numero crescente di società di analisi e ricerca che monitorano la situazione e rilasciano analisi sui prodotti gestiti e anche sulle singole società quotate in Borsa.

Tra quelle che io utilizzo oggi vi segnalo InfluenceMap, il think tank londinese che ha creato un database delle aziende che fanno azioni di lobbyng in relazione alla politica climatica definita dagli Accordi di Parigi del 2015. Cliccando qui o sulla figura sotto potete vedere il database completo.

CA100+ è il rank delle prime 100 aziende quotate al mondo per Climate Lobbyng

B Corp, il certificato delle aziende ad alto standard

Se InfluenceMap non vi basta, potete sempre guardare alla certificazione B Corporation, rilasciata dall’ente no-profit B Labs. Ne abbiamo ampiamente parlato nel nostro libro “Investire nei megatrend del futuro” ma vale la pena ricordare anche questo strumento di ricerca.

La “B”, che certifica le aziende con alti standard ambientali, di legalità e di trasparenza pubblica che bilanciano il profitto con l’impegno sociale è già stata ottenuta da 4.000 aziende tra le quali molte quotate in borsa. Guardate il database completo a questo link.

Può diventare un criterio aggiuntivo per creare portafogli basati su principi etici e di sostenibilità. Tra l’altro, le aziende certificate possono accedere al mercato dei green bond ed emettere obbligazioni che finanzino progetti sostenibili.

Il sito di B Corp Italia

Conclusioni

Sul tema ESG ci sarebbe da scrivere un libro intero, quindi l’articolo che avete letto consideratelo come al solito “cibo per la mente” che serve ad accendervi la scintilla per poi proseguire da soli nell’approfondimento di questa interessante materia di investimento.

Come abbiamo più volte scritto nel nostro ultimo libro “Investire nei megatrend del futuro”, gli investimenti ESG premiano l’investitore nel lungo periodo come dimostrato da varie ricerche che datano gli inizi degli anni Settanta.

Però come tutte le cose che diventano “troppo” di moda, attirano i furbetti. L’investitore anche in questo ambito deve adottare prudenza e discernimento per evitare di comprare prodotti che potrebbero non essere ciò che sembrano.


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Di Andrea Forni

Co-founder di questo sito. È autore e coautore di libri e analisi sui temi dell'economia, della finanza e dei megatrend oltre a centinaia di articoli pubblicati dal 1989 a oggi da primarie riviste, quotidiani e siti tra i quali: Borsa & Finanza, Advisor, Trader's Magazine, Bollettino Associazione Banche Popolari, Sf Rivista di Sistemi Finanziari, Parabancaria, ITForum News. E' iscritto all'OCF (Organismo dei Consulenti Finanziari) e detiene la certificazione internazionale IFTA CFTe.