Skype era già conosciuto e utilizzato da anni, ma era uno dei pochi strumenti di comunicazione a distanza via web. Un anno fa, però, quasi nessuno sapeva dell’esistenza di Zoom, per esempio. Ora invece incontrarsi su questa piattaforma – per lavoro o per un aperitivo virtuale – è ormai la normalità. Investire nella connessione, in Zoom e i suoi fratelli, fa quindi parte del megatrend tecnologico.

“La parola è diventata sinonimo di “rimanere connessi durante una pandemia” in cui l’interazione faccia a faccia è diventata una vera e propria rarità” conferma Nathaniel Wejchert, Equity Analyst, DPAM. “E questa nuova associazione di idee è esclusivamente attribuibile all’azienda californiana Zoom Video Communications”.

Il caso Zoom

Il prezzo delle azioni Zoom al Nasdaq è passato da 85 a 375 dollari, con un guadagno del 396% nel corso del 2020. Nel frattempo, i ricavi trimestrali dell’azienda sono balzati da 188 milioni di dollari a 777 milioni di dollari. In confronto, l’indice S&P 500 è progredito del 16%, mentre i suoi componenti IT sono cresciuti del 42%. Chiaramente, Zoom ha avuto un anno da blockbuster a livello internazionale.

“in realtà, Zoom è solo una delle numerose aziende pioniere del cambiamento nella comunicazione digitale delle imprese” prosegue l’analista di DPAM.

“RingCentral, Five9, Twilio, Vonage e NICE sono solo alcune delle altre realtà dirompenti quotate in Borsa che stanno cercando di far progredire il modo in cui le aziende comunicano tra di loro e con i propri clienti. Coniugando i tradizionali servizi di connettività di rete con le capacità del cloud computing. Anche se nessuna ha eguagliato Zoom, e il suo formidabile rally di mercato, la maggior parte di esse ha registrato risultati eccezionali, merito anche di un offerta di servizi cruciali per il business dei propri clienti”.

Quali sono ora i “fratelli” di Zoom

Lo spazio di comunicazione basato sul cloud è sfaccettato e riunisce molte applicazioni tecnologiche che possono essere divise in tre sottocategorie di base: Unified Communications as a Service (UCaaS), Contact Center as a Service (CCaaS) e Communications Platform as a Service (CPaaS). Ce le illustra Wejchert.

UCaaS è utilizzata principalmente in ambienti B2B o interni all’ufficio e comprende gli strumenti che gli impiegati utilizzano per comunicare e collaborare tra loro, come le videochiamate e le videoconferenze, la messaggistica istantanea e la chat.

CCaaS, invece, opera nel mondo B2C/C2B dei contact center, fornendo gli strumenti per interagire con i clienti attraverso i crescenti mezzi di comunicazione utilizzati dal grande pubblico per comunicare con le aziende. Ma la fusione del cloud computing con le capacità di telecomunicazione ha prodotto anche canali di comunicazione completamente nuovi, come CPaaS. Conosciuto anche come “comunicazioni cloud programmabili”, CPaaS si riferisce al software cloud-native che consente agli sviluppatori e agli utenti meno esperti di integrare facilmente le capacità di comunicazione, come la messaggistica SMS e le videochiamate, nelle loro applicazioni e siti web.

All’insaputa dei più, la tecnologia CPaaS è utilizzata frequentemente dalle persone nelle loro attività quotidiane, alimentando gran parte delle user experience digitali a cui ci siamo sempre più abituati”.

Il mercato

Queste tre funzionalità costituiscono il nucleo delle comunicazioni aziendali basate sul cloud che raggiungerà gli 80 miliardi di dollari entro il 2022, con un tasso di crescita annuo composto aggregato del 22%, secondo i dati di IDC. Se si includono i mercati accessori, le stime possono aumentare ulteriormente.

“Ad esempio, IDC ha valutato che la messaggistica programmabile, un sottomercato di CPaaS, da solo rappresenta un mercato indirizzabile di circa 30 miliardi” prosegue l’analista. “Dei tre spazi, l’UCaaS rappresenta attualmente il comparto più grande con circa 30 miliardi di dollari. Tuttavia, si prevede anche che crescerà più lentamente nell’orizzonte medio a circa il 18% all’anno. Al contrario, si prevede che il mercato della CPaaS, che oggi genera solo 6 miliardi di dollari di fatturato annuo, crescerà a un impressionante 40% CAGR nei prossimi anni.

I motivi? L’evoluzione delle dinamiche B2C/C2B e alla crescente proliferazione di dispositivi connessi a Internet. Il mercato CCaaS, che si colloca tra gli ultimi due sia per dimensioni che per prospettive di crescita, è attualmente di circa 5 miliardi di dollari e si prevede una crescita del 20% su base annua”.

Ecco perchè abbiamo parlato di “Zoom e i suoi fratelli”: investire nella connessione rappresenta infatti un trend destinato a proseguire e probabilmente ad accelerare ulteriormente.

Come valutarle

Accanto alle analisi finanziarie sulla “salute” delle società vi sono due aspetti che vanno attentamente ponderati, e che rientrano nelle più ampie tematiche ESG.

La prima riguarda la privacy e la sicurezza dei dati, spiega l’esperto di DPAM. Dato che i sistemi di comunicazione sono componenti fondamentali per gran parte delle aziende, è inevitabile che dati e informazioni condivise siano di natura sensibile o privata.

“Le soluzioni devono rispettare i più severi standard di protezione: mancanze in tal senso portano a gravi danni alla reputazione, dissuadendo gli utenti dall’utilizzare i loro prodotti”.

Era successo a Zoom lo scorso anno. L’azienda era stata danneggiata da notizie secondo cui, oltre ai suoi standard di crittografia relativamente bassi, i dati passavano attraverso server cinesi, sollevando preoccupazioni di intercettazioni. Un fatto che ha portato molte aziende e organizzazioni a vietare l’uso dell’app di Zoom.

Un secondo aspetto da valutare riguarda l’azionariato e soprattutto la struttura di governance delle società. “Ad esempio, molte società ad alta tecnologia prevedono due diversi tipi di classe di azione con differenti diritti di voto. In parte per consentire ai fondatori di mantenere il controllo delle loro aziende nel lungo periodo” conclude l’analista di DPAM.

“Tuttavia, tali strutture di voto riducono la capacità degli investitori istituzionali di far sentire la propria voce e di esercitare la propria influenza, ad esempio in caso di incompetenza manageriale o di negligenza”.


Di Massimiliano Malandra

Co-founder di questo sito. Analista fondamentale e quantitativo, socio Aiaf e giornalista professionista dal 2002. Esperto di approccio risk parity. Autore di vari libri.