Nel corso del 2019 i robot industriali installati in Cina sono stati oltre 140mila. Quasi il triplo di quelli giapponesi (circa 50mila) e più di quattro volte quelli presenti negli Stati Uniti (fermi a quota 33mila circa). Sono i dati della International Federation of Robotics (IFR) di Francoforte, che fa notare come nelle industrie di tutto il mondo il numero di automi sia aumentato del 12% rispetto al 2018 e dell’85% in cinque anni: 2,7 milioni contro gli 1,6 milioni del 2014.

Di questo esercito di robot, ben 783mila sono in Cina, 355mila in Giappone e 293mila negli Stati Uniti. L’Europa, nel suo complesso, vale 580mila automi, di cui 221mila in Germania, 74.400 in Italia e 42mila in Francia.

Nel corso del 2019 in Italia le vendite di robot sono cresciute del 13%, in Germania invece sono diminuite del 23 per cento.

Più in generale il 2019, con 373mila unità, si posiziona al terzo posto assoluto per vendite annue, anche se ha avuto una contrazione delle vendite a livello globale del 12%, segno della difficoltà dei due comparti che sono i maggiori utilizzatori di automi, quello auto e quello dell’elettronica. “Ci vorrà fino al 2022 o al 2023 per tornare sui livelli di vendita pre crisi” stima Milton Guerry, Presidente dell’International Federation of Robotics.

Un’evoluzione dei robot industriali è dato dai cosiddetti cobot, i robot collaborativi, in grado di lavorare in collaborazione con gli umani: nel 2019 le vendite si sono attestate a 18mila unità (+11%) ma soprattutto con una quota sul mercato complessivo degli automi in costante crescita, anche se ancora limitata: 4,8% contro il 3,8% del 2018 e il 2,7% del 2017.

La crescita del numero di robot nell’industria è un trend destinato a durare, anche a seguito della deglobalizzazione : un fenomeno che è iniziato ormai qualche anno fa ma è diventato di colpo evidente e soprattutto nelle agende di molti governi con lo scoppio della pandemia. Dover dipendere da forniture di Paesi stranieri per beni essenziali ha reso chiaro come sia necessario avere “vicino a casa” molti processi produttivi. E, soprattutto nei Paesi sviluppati, per ottenere questo “rimpatrio” (il cosiddetto reshoring), ma al tempo stesso avere costi produttivi non toppo elevati, appare necessario spingere sull’automazione.

A questo link è disponibile l’intera presentazione di Ifr.